a cura di Maria Bergamo, Pasquale Fameli, Fabrizio Lollini
con contributi di Yve-Alain Bois, Herbert L. Kessler
Gli elementi costitutivi del corpo umano, le sue membra ma anche i suoi fluidi, e le sostanze da esso secrete o metabolizzate hanno sempre costituito un elemento molto importante della cultura popolare e dell’antropologia. Il Medioevo sviluppa teorie di grande rilevanza in ambito sacro, e nella corrispondente arte religiosa, in relazione al contrasto tra materia e spirito, e tra effimerità ed eternità: la valorizzazione delle reliquie e la nascita stessa della tipologia del reliquiario, per esempio, si basava proprio su questo contrasto, in cui è compresa l’alterità tra il contenuto, la materia organica – dunque in sé concreta e infma – e il contenitore, la cui facies allusiva e spesso elevatissima nei materiali e nelle forme si proponeva come elemento ossimorico che aiutava l’iter anagogico della sua fruizione, e dalla sua stessa funzione costitutiva. Questa attenzione al sangue, alle ossa, ai capelli, alla pelle, che l’età di mezzo esplicita con continuità anche nell’ambito della pratica medica e della magia naturale, ha costanti ritorni nei periodi successivi: basti pensare al lato oscuro della letteratura e delle arti visive tra Sei e Settecento, e al forte compiacimento Romantico, tra il malinconico, lo scientifico e il morboso per il decadimento, anche materiale, della natura e del corpo umano. Ma è nella nostra contemporaneità che questo interesse si acuisce in modo particolare trovando anche un’espressione ‘pratica’: vuoi con la sacralizzazione dell’artista fino al parossistico culto delle sue deiezioni, vuoi con l’uso concettuale della materia organica ‘bassa’ e la valorizzazione del brutto, dell’osceno o del perturbante, sia con l’utilizzo fisico di questi materiali, sia con la loro esposizione nelle pratiche immateriali, come la performance e la videoarte
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