Vesper
n. 14 Primavera-estate 2026
a cura di Sara Marini e Angela Mengoni
Cinquant’anni fa Michel Foucault in La volonté de savoir (1976) descriveva il modo in cui i meccanismi dell’esame di coscienza della pastorale del XVII secolo si sono progressivamente estesi a tutti gli ambiti della società segnando la soglia di una modernità biopolitica. La “volontà di sapere” non è qui la spinta di ricerca del soggetto, ma l’ingiunzione a far entrare nel campo del sapere-potere quei luoghi limite della vita che ne erano esclusi: la morte, la nascita, la sessualità. Siamo oltre la metà degli anni Settanta, è chiaro ormai che il potere non è più questione di limitazione e negazione, ma di ingiunzione e stimolazione della vita. Incontriamo così, pochi anni dopo quello foucaultiano, un altro testo sull’inesauribile spinta verso il sapere, le sue risorse infinite di seduzione, le sue trappole letali. Con Il nome della rosa (1980) Umberto Eco ordisce un giallo alla cui origine è il voler sapere, al centro un libro e intorno, narrativamente, il desiderio degli aspiranti iniziati contro la strenua difesa dei custodi della tradizione; per il lettore, invece, si apre un percorso comparabile attraverso la trama multilivello delle citazioni cifrate, in uno dei più grandi esempi di macchina testuale dialogica, come la definisce Michail Bachtin. Il romanzo di Eco ruota spazialmente attorno a una biblioteca e diventa, come la costruzione dell’effimera Strada Novissima voluta, sempre nel 1980, da Paolo Portoghesi dentro le Corderie dell’Arsenale di Venezia, baluardo della post-modernità. Il progetto delle architetture che costudiscono libri e documenti è, inseguendo sia il reale che il fantastico, sia nella nuova fondazione che nella revisione dell’esistente un esercizio sul rapporto tra corpi in moto nello spazio, oggetti e discorsi scritti che muovono le menti, una sfida quindi che cerca un equilibrio tra il calcolo del peso della carta e il sollevarsi dei pensieri. Di nuovo e soprattutto le biblioteche sono luoghi dell’immaginario che producono altre immagini, propongono nuove vie, proprio perché reali presentano nessi ancora più evidenti tra le cose tangibili e le immagini del mondo. I libri, come personaggi di una storia, attendono di essere animati, consultati, dimenticati per essere poi riscoperti, di essere oggetto di discussione tra conoscenti o sconosciuti. Tra l’inquietante e il poetico, il monumentale e il fragile, l’effimero e l’eterno, la volontà di sapere ci sfida e ci irride.

