a cura di Dario Cecchi e Roberto De Gaetano
Sapienza Università di Roma
Roma, 27-29 maggio 2026
La modernità post-illuministica, dal Romanticismo in avanti, ha chiarito che i miti sono strutture di comprensione della realtà, che la investono tanto profondamente da coincidere talvolta perfino con quello che immaginiamo essere il loro opposto, come quando parliamo del mito della scienza o della tecnica. Questo mette in questione la distinzione oppositiva, e semplicistica, tra mythos e logos.
Il mito è inseparabile dalla costruzione di un intreccio, di un mythos (Aristotele), cioè da una elaborazione narrativa e temporalmente distesa della prassi. In un testo come Tempo e racconto, Paul Ricoeur ci dice che il tempo è comprensibile molto meglio attraverso la forma del racconto, del mythos, che attraverso le categorie filosofiche.
Ma il mito è legato anche ad un insieme di immagini, con tutto il loro portato simbolico, che ne definiscono la sua componente archetipica, determinando l’ancoraggio spaziale del suo racconto temporale. Tale insieme di immagini determina il tratto iconico, simbolico e, appunto, spaziale del racconto mitico. Non c’è immagine simbolicamente significativa che non porti con sé un valore mitico, e non c’è mito che non implichi un sistema di immagini che lo determini e lo configuri (basti pensare al legame tra mito e tradizione pittorica). Ogni intreccio orienta il senso di ciò che accade, attualizzando, in forma esplicita o implicita, una dimensione mitica. Nel suo movimento, d’altronde, l’intreccio è anche orientato da immagini archetipiche nelle quali si determina la forza simbolica del mito.
Il XIX secolo e la prima metà del XX secolo hanno tentato di dare vita a nuove forme di mitologia in diverse modalità. A partire dalla seconda metà del Novecento si è tentato invece di integrare il mito all’interno di una comprensione non rigidamente razionale della realtà, utilizzandolo anche nella lettura delle forme di racconto e delle forme generiche. Ciò è evidente, per esempio, nei lavori di Jean-Pierre Vernant su Mito e tragedia nell’antica Grecia, o nella riflessione di Northrop Frye (Anatomia della critica), in cui l’interesse per il mito si intreccia esplicitamente con quello per il potere simbolico delle immagini, contribuendo alla definizione di un immaginario letterario.
Se si è giunti alla conclusione che il mito non è una struttura prefissata, ma un processo di “elaborazione” (Blumenberg), una “trasfigurazione” dall’età antica a quella moderna (Carchia), un paradigma per plasmare la cultura, la letteratura e la politica moderne (Jesi), e attraverso la sua ritualizzazione, una modalità per sanare la “crisi della presenza” (De Martino) – nonché, inoltre, qualcosa di potenzialmente non estraneo alle derive regressive della politica novecentesca (Benjamin, Michaud, Sontag) –, oggi che ruolo svolge o può svolgere una struttura mitica e la sua elaborazione attraverso immagini per comprendere il presente, e in particolare il presente del cinema e delle arti? Se nel Novecento autori come Kéréniy, Otto, Detienne, Jung e Barthes hanno affrontato direttamente il mito come categoria per interpretare la contemporaneità, oggi a quali condizioni e in che forme possiamo dire che un pensiero, una filosofia, una teoria delle forme e strutture mitiche può contribuire a leggere la nostra epoca? E il cinema e le arti diventano meri attuatori di miti e archetipi antichi, o forme di elaborazione critica di tale tradizione?
L’arte che nel Novecento sembra aver incarnato più di altre una dimensione mitica è stato il cinema. E questo a diversi livelli: sia come dispositivo magico-mitologico (Morin), sia come macchina capace di attualizzare nelle forme generiche miti moderni come quello del West nel western (Bazin e Warshow), sia come generatore della mitologia attoriale (la star, ancora in Morin). Anche il principio del montaggio cinematografico, d’altronde, è stato riportato a una matrice mitico-rituale (Ejzenštejn).
Se tutto l’immaginario cinematografico americano risulta non leggibile senza il formante-mito – dal western, innanzitutto, fino al cinema d’autore più recente, come nel caso di Megalopolis di Francis Ford Coppola e Giurato numero 2 di Clint Eastwood – anche il cinema italiano (oltre all’esempio Pasolini) può essere compreso, in alcuni felici esempi contemporanei, a partire dalla profonda struttura mitico-rituale che lo anima, capace di metabolizzare elementi significativi dell’immaginario, anche meridiano: dalle metamorfosi uomo-animale di Bella e perduta di Pietro Marcello e Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, alla riattualizzazione del mito di Orfeo ne La chimera di Alice Rohrwacher, fino ad un film costruito intorno a una vera e propria figura-mito come Parthenope di Sorrentino.
Il convegno si prefigge di riflettere sull’attualità del mito e del suo legame con le immagini a partire dalle teorie che ne hanno ribadito l’importanza e ne hanno messo a fuoco i caratteri principali; e sulle pratiche artistiche – cinema, letteratura, arti visive e performative – che hanno reso operativamente efficace le strutture mitiche nella realizzazione delle singole opere.
Convegno del PRIN 2022 The Imagery of Southern Italy: Cinema and Transmedia Storytelling in the New Millennium (PI: Roberto De Gaetano)
Coordinamento scientifico e organizzativo: Andrea D’Ammando

